
In piena effervescenza della sperimentazione percettiva e
cognitiva per mezzo delle simulazioni informatizzate e dell'uso e delle
applicazioni già quotidiane della realtà virtuale, nuovamente si erge con forza
il dubbio filosofico circa l'affidabilità della percezione umana del mondo
esterno e di quello interno. In realtà, le illusioni e i limiti della propria
percezione offrono la chiave del funzionamento del cervello e della mente.
Quando si sperimenta con ayahuasca, ci si trova di fronte a uno dei
grandi dilemmi razionali dell'essere umano: fidarsi o meno della propria
percezione. In diversi lavori moderni e in altri classici indirizzati allo
studio del funzionamento del nostro apparato percettivo, è stato evidenziato
come la macchina cerebrale, a volte in un istante, deve decidere fra due
posizioni: quella che giunge nitidamente attraverso gli occhi e quella che lo
stesso cervello evoca rifacendosi agli archivi neuronali dove ha fissato
un'immagine o un ricordo anteriore a quello che gli sta giungendo.
Tipico esempio è quello degli specchi deformanti. In questo caso, la sorpresa
dura solamente un istante, perché noi tutti conosciamo i contorni del nostro
corpo e sappiamo che non è tale come appare nello specchio concavo o convesso:
il cervello gioca con le percezioni e ci divertiamo perché la contraddizione
tra ciò che gli occhi vedono e l'immagine registrata è così grande che in un
istante il paradosso viene distrutto; il cervello "vede" il trucco e
può identificarne l'origine (sui giochi e gli inganni della percezione cfr.
l'interessante articolo di T0BESA, 1996: 59).
Ora, la mente non sempre risolve così facilmente questi trabocchetti, perché il
mondo fornisce distorsioni e ambiguità molto più complesse di quelle di una
stanza degli specchi: uno dei campi dove questo gioco delle percezioni assume
una direzione particolare è quello degli stati modificati di coscienza. Qui non
possono presentarsi questi giochi di ambiguità semplici perché si tratta di
percezioni inizialmente endogene, e sebbene il cervello si approssimi alla
realtà esterna usando modelli di funzionamento prestabiliti dall'abitudine e
dalla cultura, che vanno molto oltre la specializzazione e il grado di
sensibilità dei distinti canali sensoriali, probabilmente non succede lo stesso
con i vissuti emotivi né con le percezioni spontanee di carattere ipnagogico o
ipnopompo. Per muoversi in questo spazio alternativo è necessario disporre di
registri simbolici specifici di carattere emotivo e aperto: precisamente, la
necessità che viene soddisfatta dai sistemi di credenze e di simboli religiosi.
In effetti, il consumo di enteogeni tradizionalmente si svolge solo in contesti
ritualizzati e carichi di sacralità, dove i simboli ricevono un trattamento
molto speciale, giacché da questi dipendono la lucidità o la follia
conseguenti. In tutti i modi, con ciò non si spiegano le leggi generali che
regolano le percezioni esogene ed endogene sperimentabili sotto l'effetto degli
enteogeni. Al cervello piace ascoltare, vedere, odorare e ricevere imputs, ma
questi non vengono mai ricevuti da una ingenua tabula rasa. La mente si incanta
nell'immergersi nel flusso massivo di stimoli provenienti dai sensi e nel
decodificarli, ma pone sempre in mezzo filtri e ricostruzioni altamente
peculiari e acculturate. Con ciò, arriviamo rapidamente al punto chiave del mio
discorso: quale forma acquisiscono i processi cognitivi propri degli stati
modificati di coscienza?
Senza alcun dubbio e per cominciare, si può affermare che appare un dialogo
interiore, vissuto in forma di rivelazione e proiettato universalmente nelle
grandi categorie culturali dialoganti e complementari: il bene/il male, i due
serpenti avvolti fra di loro di tutti i sistemi simbolici esoterici, la vita/la
morte, l'effimero/il perenne. Per prendere un'immagine etnografica associata
all'ayahuasca potremmo parlare, per esempio, dei dualismi essenziali
nella dottrina dei daimisti: sole/luna, padre/madre, Dio/Nostra Signora,
uomo/donna, cipò o jagube (Banisteriopsis caapi)/folha
o rahina o chacrona (Psychotria viridis).
Annoto tre elementi, a mio parere chiavi, volti all'elaborazione di una teoria
generale degli stati modificati di coscienza e della proprietà adattogena del
consumo dell'ayahuasca.2
In primo luogo, i dati etnografici ci obbligano ad accettare il fatto che una
delle finalità che induce esplicitamente gli esseri umani a consumare ayahuasca
(e per estensione, gli enteogeni in generale) è in relazione con alcuni
processi cognitivi che permettono un miglioramento nell'efficacia adattativa.
In termini riassuntivi si può affermare che l'ayahuasca è usata
tradizionalmente per attivare meccanismi compensatori della condotta, applicati
all'autoanalisi e alla ricerca di risoluzioni a conflitti presenti, tanto di
carattere emotivo come adattativo in generale; l'enteogeno funge da
acceleratore emotivo con risoluzione catartica.
Ciò ci porta a gettare le basi di una questione semantica precedente: cosa
implica per un essere umano adattarsi? Possiamo convenire che, come minimo, si
tratta di un doppio processo costante (biologico e culturale), di carattere
negantropico, diviso in due momenti (assimilazione di informazione e
accomodazione all'ambiente modificantesi), che ci induce ad agire per
migliorare il benessere e per assicurare al processo vitale il massimo tempo
possibile.
In un senso generale, adattarsi significa conciliarsi a nuovi scopi.
Nell'essere umano l'adattamento agisce mediante il processo di modificarsi a sé
stesso, di modificare la realtà esterna o entrambe le cose nello stesso tempo,
seguendo i modelli culturali e cognitivi di cui si dispone, che indicano
l'orientamento verso il quale devono operare tali azioni adattative. Pertanto, parlare
dei processi adattativi nell'essere umano va inteso sotto un doppio senso:
passivo e attivo. Passivo: le modifiche dell'ambiente producono in noi qualche
modifica, che lo desideriamo o no; attivo: modifichiamo a volontà il nostro
ambiente e/o cerchiamo di ricodificare le nostre mappe cognitive, modelli
interni, forma culturale e regole di condotta. Questa seconda accezione,
l'automodifica cosciente e volontaria come strategia adattativa, è quella che
si deve intendere in rapporto all'uso di enteogeni: in maniera universale
l'essere umano decide di consumarli all'interno di un contesto consensualizzato
(ritualizzato o terapeutico) e con una finalità quasi sempre esplicita per il
soggetto, sperando con ciò di risolvere problemi e contraddizioni associati
alla sua ubicazione nel mondo per mezzo della modifica endogena. Per tutto ciò,
si deve intendere l'ayahuasca come una sostanza con funzione adattogena
in riferimento all'uso per il quale suole essere consumata.
In secondo luogo, è importante fissare l'attenzione alla propria immaginazione
mentale generata dall'enteogeno. A partire dalla profusione visionaria e dalle
valide esperienze emotive che hanno ricevuto impulso dall'ayahuasca in
ciascun individuo, si deve affermare che non si tratta di fantasia vuota, bensì
che esistono costanti simboliche personali e universali, verificate tanto dalla
psicologia quanto dall'etnologia (si veda con priorità ai classici: JUNG, 1993;
CAMPBELL, 1980; DUMEZIL, 1977; ELIADE, 1976).
Il contenuto di queste costanti nell'immaginazione è stato ed è esprimibile e
decodificabile nella quasi totalità delle società umane per mezzo dei
"linguaggi mitopoietici". Questo fatto permette nuovamente di
situarci nel terreno solido di una logica universale soggiacente all'immaginazione
mentale. La perdita di questa capacità di elaborazione logica sarebbe, a mio
intendere, la causa delle demenze e dei deliri (senza per questo scartare,
naturalmente, il fatto che esista un aspetto strettamente biologico delle
psicopatologie profonde).
Ciò ci conduce alla già classica proposta di Emmanuel Kant sui tre passi
associati con il processo evolutivo della conoscenza, tappe che negli ultimi
anni sono state ritrovate materialmente dal neurologo Jean-Pierre Changeux in
forma di reti neuronali distintamente organizzate. La seconda delle tappe
associate con l'acquisizione di conoscenza si riferisce alla trasformazione
delle immagini in concetti (che Auguste Comte aveva già proposto in modo simile
con ciò che chiamava la logica delle immagini). Oggigiorno si accetta, quindi,
che ogni stile cognitivo ha come supporto materiale un'organizzazione neuronale
specifica (KREMER-MARIETTI, 1993:21-46).
Da tutto ciò possiamo dedurre che durante gli stati modificati di coscienza
(siano essi di carattere oneirogenico o enteogenico) emerge una logica propria
dell'immaginazione mentale, la cui caratteristica dominante è il fatto di
essere dotata di una forte carica emotiva. Non invano le religioni più
elaborate - e considero qui cosa nota la relazione fra il consumo di enteogeni
e i modelli religiosi preistorici e storici - hanno l'amore, la fraternità e
l'etica come alcune delle virtù più caratteristiche in tutti i loro mistici e
capi.
Similmente, il consumo di enteogeni suole darsi quasi sempre - e così deve
essere - in ambienti impregnati di affettività, siano questi ambienti
religiosi, terapeutici o amichevoli. La colossale carica emotiva che emerge nei
processi dialogici ed estatici è capitale, sebbene non sia l'unica proprietà da
questi posseduta, ed è anche il tono vitale predominante di tutta l'esperienza
con ayahuasca.
In relazione a questa qualità degli enteogeni, si deve ricordare che tutto lo
stato mentale carico di emotività è indice del fatto che esiste un
'implicazione da parte del soggetto della medesima intensità vitale di quella
delle emozioni sperimentate (sia esso cosciente o meno). Perciò, si può
affermare che tali stati mentali alternativi, ottenuti per mezzo
dell'ayahuasca, risvegliano nel soggetto una comprensione di sé stesso e del
suo ambiente in base a una logica delle immagini, e al medesimo tempo
risvegliano un elevato impegno dell'individuo verso la sua situazione vitale.
Con ciò sto affermando che si tratta dell'opposto di un processo alienante. In
terzo luogo, per elaborare una teoria cognitiva degli stati modificati di
coscienza, si deve distinguere tra ciò che chiamerò stati mentali, processi
cognitivi3 e stili cognitivi. Gli stati mentali sono caratterizzati
dalla forte carica emotiva, la cui logica interna non è quella dei concetti
astratti bensì quella delle immagini. Per processo cognitivo intenderò la
dinamica che conduce da uno stato mentale al seguente, e per stile cognitivo si
deve intendere la forma dominante e specifica che ha la mente di operare in
ogni stato mentale.
In riferimento allo stile cognitivo proprio degli stati modificati della
coscienza, quindi, possiamo parlare di dialogismo mentale come principale
fenomeno osservabile e sperimentabile. Nello stato normale, la nostra coscienza
funziona in base a procedimenti dualistici (o questo o quello, o ora o più
tardi, o qui o là, o tu o io), e le pratiche orientali di meditazione e yoga,
le tecniche antistress e la psicologia analitica hanno come scopo principale
proprio quello di ridurre il funzionamento dualistico della nostra mente. In
precedenti scritti ho parlato della coscienza olorenica come esperienza e come
stato mentale di grande importanza nella produzione culturale (FERICGLA, 1989):
il dialogo è parte dell'azione processuale che si produce internamente ai
livelli olorenici della coscienza. Così, un livello della coscienza
gerarchicamente superiore (KOESTLER, 1983:171 e ss.)4 al dualismo
disgiuntivo quotidiano è costituito dal dialogismo cognitivo, come concetto
fondamentale in tutto ciò che è associato con gli spiriti, i morti, le
esperienze di sacralità e le escursioni psichiche. Durante gli stati mentali
dialogici la nostra mente parla con sé stessa, si auto-osserva, rielabora i
suoi contenuti emotivi recenti e lontani, prende coscienza di sé, ecc. A tutto
questo si deve aggiungere il fenomeno della proiezione psicologica: percepire
come esogeno ciò che inizialmente è endogeno; vedere all'esterno ciò che sta
succedendo nel mondo interno. Questo fenomeno è quello che in antropologia fu
chiamato da L. Lévy-Bruhl "la partecipazione mistica del primitivo con il
suo ambiente" (LÉVY-BRUHL, 1985).
Il fenomeno delle proiezioni ci conduce a una riflessione importante sul
complesso mente/cervello:
si tratta di un complesso auto-organizzativo (mi ci soffermerò più avanti) che
funziona creando da sé ciò in cui si può riflettere e, viceversa, riflettendosi
in ciò di cui dispone.
Nello stile cognitivo dialogico, sotto l'effetto dell'ayahuasca o di
altro enteogeno l'attività che domina la coscienza è quella originata dalla
mente rinchiusa in sé stessa. Quando il soggetto si perde in pensieri
frammentati e in emozioni eccessivamente veementi, ha una dolorosa sensazione
di soffocamento e di assoluta confusione mentale, e fa ricorso agli stimoli
trasmessi dall'esterno nella forma dei linguaggi mitopoietici. Di qui, un modo
di centrare la dinamica dialogica nel caso che, per esempio, il soggetto si
senta angustiato di fronte a tanta abbondanza di informazione emotiva, è per
mezzo dei canti o delle letture dei testi, che hanno il medesimo carattere
della rivelazione delle proprie immagini endogene. Sono un prodotto di queste.
I canti, le parole e le immagini sacre in generale hanno la funzione di
indicatori cognitivi, letteralmente di segnali stradali o cartelli con la
direzione da seguire, affinché il soggetto possa orientarsi nella sua
escursione psichica durante gli stati modificati di coscienza. In questo senso,
le citate dottrine daimiste e le pratiche sciamaniche sono validi esempi
etnografici. Detto in altra maniera, la coscienza dialogica sarebbe uno stato
strutturalmente simile a quello della follia, ma controllato. V'è una
segmentazione della mente in parti costituenti e nel medesimo tempo
un'osservazione globale situata al di là di ciascuna delle parti.
Ciò comporta una salita gerarchica di coscienza verso livelli dai quali si
mantiene costantemente un "occhio osservatore", come una vedetta
allontanata dalla propria esperienza immediata e che è precisamente quella che
permetterà la conservazione della coscienza vigile sopra i propri vissuti ed
emozioni, compresa la loro formalizzazione mediante trasformazione in arte,
scienza o linguaggi religiosi. Spesso, questa ascesa o ampliamento del dominio
dell'esperienza soggettiva cosciente è percepito come un'esperienza di brutale
solitudine, altre volte come esperienza rivelatrice e altre volte come stato di
pienezza estatica.
Le patologie mentali, a mio intendere, appaiono quando il dialogismo spontaneo
interiore non è correttamente regolato o educato. Cioè, la cosiddetta
dissociazione mentale è ciò che potremmo denominare uno stato dialogico non
controllato e non cosciente. Proprio per questo è molto probabile che il
consumo di ayahuasca possa aiutare a diminuire il pericolo di
psicopatologie e di nevrosi, dato che il soggetto, letteralmente, sa che le
visioni e i sentimenti amplificati sono stati generati dall'enteogeno, e questa
certezza è quasi sufficiente per vivere il dialogismo senza ansia (sebbene ciò,
ovviamente, non tolga il dolore, l'angustia o la pienezza dell'esperienza dell'auto-scoperta).
Se oltre a ciò il soggetto riceve un'adeguata preparazione per discernere e
illuminare con la coscienza vigile i distinti impulsi e percezioni ricevuti
durante l'effetto dell'enteogeno, il processo è autocurativo nel più classico
orientamento dello sciamanesimo e delle pratiche buddiste e za-zen orientali.
In un senso antropologico, credo di poter affermare che lo sforzo di tutta la
società umana, in ultima analisi, è consistito nel discernere ed educare la
propria coscienza dialogica: in questa ritrovano le basi, le colonne di tutto
il sistema di valori. Potremmo dire che la dissociazione mentale controllata è
la base della cultura umana come sistema di valori e di relazioni sociali (per
un'esposizione più estesa su questo aspetto concreto si veda FERICGLA, 1989).
Quando un soggetto, sotto effetto di ayahuasca, perde il controllo della
sua coscienza dialogica, si immerge in uno stato "come" di follia,
viene preso dalle sue percezioni modificate della realtà, dall'amplificazione
emotiva e dalla sua immaginazione, ma in nessun caso si perde la possibilità
del ritorno alla saggezza quotidiana, dato che si tratta di uno stato
artificialmente indotto. I linguaggi mitopoietici e i simboli plastici usati
nelle cerimonie, nei rituali e nelle sedute di terapia hanno come funzione
precisamente quella di ri-orientare questo "dialogismo cognitivo". Si
tratta di ciò che M. Eliade ha esposto in riferimento allo sciamanesimo
classico, affermando che lo sciamano è l'individuo che è passato per uno stato
di follia, ha scoperto o riconosciuto la teoria della follia attraverso i suoi
medesimi processi cognitivi ed è riuscito ad uscire da questo non solamente
indenne, bensì rinforzato.
Perciò, il medicine man classico può curare la follia negli altri. Da
qui se ne deduce anche che non si può parlare dell'effetto degli enteogeni in
astratto, bensì dell'effetto che produce una determinata sostanza in un
determinato individuo e immerso in un contesto concreto: ciascuno dei tre
elementi è di enorme importanza per l'esperienza.
Tenendo presente che l'ayahuasca agisce - fra gli altri effetti - da
amplificatore emotivo, ripeto, è basilare che l'ambiente sia altamente attento,
amichevole e di intima complicità. Possiamo esprimerci in altro modo. Potremmo
considerare che il dialogismo mentale permette di evidenziare, per
l'intendimento del soggetto, le sue carenze, problemi e disaccordi. Con ciò si
genera una crisi piccola o grande - dipende dal momento biografico di ciascuno
- che porta come conseguenza a un maggior avvicinamento, comprensione,
manipolazione e accettazione della realtà soggettiva (e dato che la realtà
umana è una realtà sociale e culturale, anche dell'ambiente). Di qui
l'importantissima funzione adattogena dell'ayahuasca, e questa è
la finalità esplicita con la quale viene consumata fra le popolazioni non
soggiogate a una dottrina religiosa di carattere dogmatico.
Con un minimo di pratica, il consumatore mantiene quasi sempre la lucidità
sufficiente che gli permetterà di distanziarsi dal turbine della crisi che sta
vivendo e prendere le soluzioni necessarie a partire dal proprio movimento
interno.
Il dialogismo come stile cognitivo si trova in tutte e in ciascuna delle
manifestazioni proprie degli stati modificati di coscienza. Per esempio, le
iniziazioni sciamaniche spesso comportano che l'apprendista dello sciamano
diventi misteriosamente infermo, o anche si ritrovi sul punto di morire. Gli
sciamani descrivono visioni nelle quali si auto-osservano e sentono il modo in
cui sono smembrati o scarnificati e ridotti a uno scheletro da parte di entità
proprie dell'immaginazione, alle quali si riferiscono come demoni o divinità
colleriche.
L'iniziando percepisce una simile immaginazione nel senso che viene liberato
dalle limitazioni del mondo quotidiano e messo in grado di realizzare opere
visionarie, curative e protettrici per sé medesimo e per gli altri membri della
sua collettività. Da un altro punto di vista, i demoni distruttivi o le
divinità colleriche sono in fondo anche alleati del soggetto: lo aiutano nel
compito di trasformazione e di liberazione.5
Anche il mito greco di Dioniso esprime chiaramente la connessione fra
l'esperienza della frammentazione corporale e la dissociazione psichica della
follia, indotta dall'intossicazione e dall'estasi conseguente al consumo del
corpo di Dioniso (secondo diversi studi si tratta di una sostanza psicoattiva),
di questa divinità del classicismo ellenico. Nelle parole di Walter Otto,
Dioniso è lo spirito salvatore delle antitesi e della parodia, della presenza
immediata e dell'allontanamento completo, della beatitudine e dell'orrore. Ci
si riferirebbe ad esso come "spirito diviso e indiviso". Esiste
un'abbondante e buona letteratura etnografica riguardo questo processo e non
vale la pena insistervi. Come dice Enrich Neyman, "la follia è uno
smembramento dell'individuo, e come lo smembramento del corpo ... simboleggia
la dissoluzione della personalità".
La cura per un simile smembramento è l'atto di ricordare: ricordarci di chi
siamo in realtà, e questo processo di autoricordo, di raccoglimento e di
auto-organizzazione cognitiva svolge un ruolo cruciale negli insegnamenti
gnostici, sufi e iniziatici in generale. Durante l'effetto dell'ayahuasca
succede a volte che si perde momentaneamente il controllo mentale, la coscienza
dialogica, e la lotta per recuperarla è una battaglia contro la propria follia,
per ricordare chi siamo.
Tutto ciò ci porta ad addentrarci in un altro ambito caratteristico
dell'antropologia e per me uno dei campi di ricerca scientifica più appassionanti:
lo studio delle forme dell'auto-organizzazione dell'essere umano. Il consumo
dell'ayahuasca induce una coscienza dialogica che si riassume nella
capacità di dialogare con sé stessi, e che espresso in termini religiosi
equivarrebbe alla ripetuta affermazione: "Dio è dentro ciascuno di
noi". L'essere umano è un'entità altamente complessa; per quanto si
conosca, la più complessa dell'universo. E si muove in base a ciò che chiamerei
un principio ermeneutico di autoorganizzazione.
Anche il principio di auto-organizzazione, dentro ai sistemi complessi, è stato
considerato da Maturana e Varela nel loro concetto di "autopoiesi".
Secondo questi autori, considerando un sistema aperto e complesso come quello
dell'essere umano, non è l'input in sé stesso a determinare l'azione e il
comportamento posteriore, bensì la risposta allo stimolo è determinata da ciò
che succede con l'input una volta dentro al sistema. Cioè, per la reazione
posteriore adattativa l'importante è la forma nella quale lo stimolo viene
registrato e utilizzato, il che dipende dal sistema di organizzazione interno
previamente stabilito.
Nei sistemi complessi si ha un tipo di inter-relazione opposta a una relazione
causale lineare (input -output), giacché l'enfasi nell'input ricade nel tipo e
nella forma di interrelazione che risveglia dentro il sistema, configurando
così il suo futuro. Se usiamo metaforicamente il concetto di autopoiesi
nell'ambito dell'apprendistato individuale e collettivo, osserveremo che questo
si centra principalmente nel carattere delle relazioni e degli scambi di natura
psicosociale e del suo potere di trasformazione (modelli fissi di
comportamento, conoscenza usata, aspettativa di soddisfazione e
insoddisfazione, mappe cognitive, reazioni emotive, ecc.). In questo senso, i processi
di autorevisione permettono di prendere coscienza del ruolo che possiede tanto
l'individuo quanto l'organizzazione nella quale è immerso, e favorisce
indubbiamente l'aumento di capacità auto-organizzative e creative: queste
ultime sono necessarie per generare la modifica richiesta dentro il sistema
contestuale che lo avvolge (LAFFHTE, 1996:5).
Così, possiamo considerare l'autorevisione e la riflessione come strategia
imprenscindibile per evitare l'autocentrismo (punto di appoggio
dell'etnocentrismo radicale), che porta unicamente ad azioni del passato, nella
maggioranza dei casi obsolete come forme di comportamento adeguato. In
cibernetica è considerato significativo il fatto che i curl di
retroalimentazione semplice (per esempio il termostato di un frigorifero) non
permettono di discutere né gli obiettivi che si perseguono né l'adeguamento del
tipo di attuazione che si sta portando a termine (ibid., 6). In una
simile situazione, è probabile che anche i sistemi aperti si convertano in
sistemi chiusi e poco adeguati per dare una risposta nuova a situazioni
contestuali complesse (per esempio, le persone che ripetono i medesimi modelli
di comportamento anche dopo essersi allontanati dalle situazioni che li avevano
motivati originalmente).
Il dialogo è una forma di espressione che stabilisce una relazione viva fra le
persone. Dialogare implica partire da un'attitudine aperta di ascolto che
permette di procedere dialetticamente in forma costruttiva, facilitando la
revisione e la ristrutturazione dei propri schemi di conoscenza. Da ciò il
fatto che il dialogismo come forma di processo cognitivo, o come forma di
coscienza alternativa, possiede le medesime proprietà della cosiddetta
riflessione profonda.
La nozione di riflessione come forma di apprendistato non è qui nuova, possiamo
trovarla da Aristotele e Platone fino ad autori più recenti come Dewey, Freire,
Habermas o Schòn. La riflessione, oltre a essere un processo metacognitivo e
introspettivo, è anche diretta verso l'ambiente in un modo critico. Per questo,
è un errore intendere la riflessione come un processo puramente individuale nel
quale si ha solo una relazione semplice fra il nostro pensiero e la nostra
azione, bensì la riflessione è un processo, come il linguaggio, basicamente
sociale (ibid., 8).
Così, i processi di comunicazione intra- e interpersonali basati sul dialogismo
e sull'introspezione permettono di acquisire una visione più ampia della
situazione in cui ci si trova, giacché mediante questo stile cognitivo si
apprende a osservare i pensieri, percependone l'adeguamento o la mancanza (in
religione lo chiamerebbero veridicità). In questo senso, per esempio, il
silenzio condiviso e carico di emotività è uno spazio altamente espressivo di
unione, che allo stesso tempo ci permette di usare l'attenzione per ampliare la
nostra coscienza.
Spesso ci costa o ci è impossibile comprendere situazioni che richiedono un
cambiamento, dovuto al fatto che siamo attaccati a contesti concettuali
antichi.
L'essere umano può aprirsi a situazioni nuove solo se è capace di prendere
coscienza dei suoi modelli cognitivi e tenta azioni adattative per cercare di
superarli. Questo tipo di presa di coscienza e questo ampliamento dei campi
cognitivi sorge più facilmente nella quiete, giacché il silenzio che suole accompagnare
il consumo di enteogeni porta a nuove percezioni e a una comprensione più ampia
della realtà che ci circonda (a volte si sostituisce il silenzio con attività
monotone di carattere ipnotico, quali canti e preghiere).
Il principio di incertezza nella fisica contemporanea (con Heisenberg e Bohr)
pone in risalto l'importanza dell'osservatore nella comprensione di tutto ciò
che viene osservato e in questo senso gli stati modificati di coscienza,
qualunque sia il loro livello di profondità, possono essere compresi solamente
da un ordine sistemico che li integri nella loro totalità, autoincludendosi.
Mai sono opzioni del tipo che in fonologia Troubetzkoy chiamava
"privativi", cioè basati sulla presenza o sull'assenza di un
carattere distintivo, tutto o niente. Il fenomeno del dialogismo mentale è di
carattere graduale, va da meno a più e siamo obbligati a studiare il fatto
dentro a una struttura dinamica dove si tenga conto dell'insieme della
situazione nella quale il fenomeno si inserisce: l'ambiente, la persona e la
sostanza specifica.
Siamo dunque d'accordo sul fatto che la percezione come fattore umano della
conoscenza è un elemento chiave per la comprensione dell'effetto dell'ayahuasca.
Sulla relazione esistente tra l'insieme della percezione e i processi
cognitivi, hanno ricercato estesamente, fra gli altri, Cantril e Watzlawick
(WATZALWICK et al., 1989, 1992), i quali affermano che il mondo che viviamo è
il prodotto della nostra percezione, non la sua causa. La nostra forma umana di
percepire il mondo non la si deve intendere come se si trattasse del potenziale
di un essere passivo che funziona secondo lo schema semplice
stimolo-organizzazione-risposta, bensì la percezione parte da un organismo
sistematicamente organizzato e funzionale, con una determinata energia
negantropica che si manifesta in attitudini di ricerca, curiosità, crescita e
indagine (T0BESA, 1996:55-64).
11 cervello agisce con criteri trasversali nell'incorporare, combinare e
maneggiare informazione, e forse ha buoni motivi per farlo in tal modo,
verificato che il cervello umano non è una macchina di qualità
standardizzabili. E' una grande ghiandola, con una funzione mentale distaccata,
che è al servizio di alcuni organismi dedicati ad attività molto diverse e
modificantisi e agisce con un'efficienza modulare preferibilmente con criteri
di adattamento evolutivo. Per tutto questo, si può affermare che la base del
pensiero umano risiede nel portare alla coscienza tutte quelle categorie nelle
quali si classifica la nostra esperienza del mondo. La differenza principale
fra i processi mentali dei popoli primitivi e i nostri risiede nel fatto che
noi abbiamo potuto sviluppare attraverso il raziocinio e partendo da categorie
imperfette e automaticamente formulate dai nostri antenati un miglior sistema
del campo della conoscenza.
Nonostante e proprio perché è stata la logica razionale che ha portato a
termine questa gigantesca modifica dello stile cognitivo, abbiamo dimenticato
che la base del pensiero è radicata in potenze spesso irrazionali, quando non
assolutamente incoscienti (affettività, estetica, stati d'animo, impulsi di
diversa forma, ecc.). Questi potenziali spesso permangono eccessivamente chiusi
o seminascosti nel campo della psicologia e delle cosiddette parascienze,
perché non fanno parte dell'etos dominante nella nostra cultura e di qui il
fatto che da "temi dell'essere umano si trasformano in "problemi per
l'essere umano", in forma di psicopatologie, costrizioni, ecc. In questi
potenziali si trova anche la base di tutta la creazione culturale, e di qui
nascono alcune associazioni tanto popolari come quella che v'è fra il folle e
il saggio.
I nostri antenati come i Greci ellenici o i Romani imperiali avevano le loro
cerimonie e rituali dionisiaci, di Samotracia, eleusini, primaverili, ecc.
Sistemi oracolari e riti iniziatici che duravano diversi giorni, fino a mesi,
durante i quali si esigeva un'integrità e un impegno assoluti. Ciò che vi
avveniva si trattava di un segreto e nessuno dei narratori ellenici ha mai
descritto - o per lo meno non ci è pervenuto - ciò che presumibilmente
succedeva all'interno dei loro templi. I nostri antenati accettavano e
rendevano culto alle potenzialità umane che restano incoscienti e sono di
carattere irrazionale, antropomorfizzandole in divinità e convertendole in
generatori di cultura. Per mezzo di queste pratiche di carattere ermetico
probabilmente realizzavano anche una profonda educazione emotiva fra i membri
delle loro società. Oggi giorno, invece, si può parlare di un'epidemia di
alienazione generale nel non accettare queste capacità umane e ancor meno nel
cercare di educarle.
A partire dagli argomenti sin qui esposti, sento di poter affermare che l'uso
dell'ayahuasca permette di esplorare con dettaglio il funzionamento
della mente umana e di farlo inoltre in relazione all'origine della produzione
culturale, la sua manifestazione più elevata. Similmente, il consumo di questo
e di altri enteogeni è un valido mezzo che permette di incentivare meccanismi
endogeni di adattamento, ciò che in testi anteriori avevo chiamato adatto geni
inspecifici che agiscono per mezzo dell'immaginazione mentale; e che
potenzialmente può essere usato come un importante strumento per l'educazione
emotiva adeguata al nostro momento storico, ciò che indubbiamente condurrebbe alla
formulazione di un campo comune alla scienza e alle religioni non strettamente
dogmatiche.
Durante l'ultimo secolo e mezzo, le nostre società occidentali hanno alimentato
una fobia malaticcia nei confronti dei processi cognitivi dialogici, considerandoli
al massimo "deviazioni patologiche". A ciò contribuisce, fra le altre
cose, lo smisurato e interessato zelo che gli Stati mostrano nel mantenere il
controllo sulle vite private dei cittadini, dal quale a sua volta deriva una
situazione fenomenale di alienazione collettiva.
Questo processo socio-culturale è causa e conseguenza allo stesso tempo della
propria dimensione demografica e tecnologica delle nostre società: a maggior
potenza sociale, la mancanza di controllo genera un maggior pericolo di annichilazione
e la soluzione - sebbene a mio modo di vedere è chiaramente peggiore il rimedio
del problema - sta consistendo nel bloccare tutte le possibilità di crisi
controllata riparatrice, sia personale o collettiva, per il timore delle
conseguenze.
Con ciò si sta bloccando tutto il movimento reale di adattamento, con gli ovvi
pericoli di esplosione sociale o di morte per semplice entropia. Potremmo dire
che, senza abbandonare Aristotele, v'è da accogliere nuovamente Platone.
Per terminare, desidero suggerire la possibilità che lo stile cognitivo che ho
chiamato coscienza dialogica corrisponda a livello biologico a un'attività
specifica dei due emisferi cerebrali. A volte si potrebbe partire dall'ipotesi
che la dissociazione controllata è un funzionare in modo separato di ambo gli
emisferi, ma che allo stesso tempo genera una funzione superiore di
osservazione.
Si potrebbe dire che la coscienza dialogica genera una doppia percezione
simmetrica della realtà: sotto l'effetto dell'ayahuasca il corpo sembra
essere intorpidito e allo stesso tempo molto sveglio, gli occhi percepiscono la
realtà come sfuocati ma allo stesso tempo registrano stimoli di forma molto più
precisa che nello stato normale, la mente scopre pensieri e allo stesso tempo
si osserva il processo creativo, ecc. Se questo processo e struttura allo
stesso tempo debba esprimersi per mezzo di uno schema, il più appropriato
sarebbe senza dubbio (e come segnalò timidamente Michael Harner alcuni anni fa)
la doppia elica del DNA.
Ogni momento storico ha cercato e incontrato l'immagine più conforme ai
distinti valori dominanti per descrivere i processi interni su cui si baserebbe
il procedere dell'essenza umana e sempre appare qualche struttura della forma
simile a quella del DNA. In alcuni casi si è trattato del serpente biblico
avvolto all'Albero della Sapienza, in altri casi si è trattato del boa mitico
delle popolazioni indigene amazzoniche (FERICGLA, 1994), o in altri casi ancora
è stato il serpente dorato della vita a due teste delle tradizioni egizie
imperiali (NARBY, 1995: 104). In tutta questa immaginazione troviamo una
similitudine di forma con la nostra rappresentazione del DNA. Sto trattando,
forse, di descrivere in termini attuali il medesimo processo evolutivo e
adattativo dell'essere umano in relazione alla Natura fatta autocosciente? E'
probabile che questa non sia una domanda opportuna bensì la sua risposta.
Note
1 - Il presente testo fa parte di un lungo articolo inedito inerente
l'etnografia, la cultura simbolica, l'estensione geografica del consumo, gli
effetti fisici e psicologici, ecc., riferiti all'ayahuasca. Nella parte
qui presentata sono state modificate solamente espressioni che facevano
riferimento ad alcune parti anteriori dell'articolo originale.
2 - Desidero chiarire qui e in relazione a ciò che si sta esponendo, che
concepisco la scienza più come uno sforzo continuato per sgombrare il nostro
orizzonte da errori, piuttosto che come una ricerca della verità, categoria che
mi sembra più pertinente all'ambito della filosofia e delle religioni che delle
scienze naturali.
3 - Esiste un interessante testo riassuntivo di Danìei ANDLER (1992) sugli
attuali passi delle scienze cognitive, dove, sebbene non coincida totalmente
con le mie concezioni, appare ampiamente spiegata la differenza tra stato
mentale e processo mentale.
4 - Uso qui il concetto di "gerarchia nei livelli della coscienza"
seguendo la solida concezione teorica che elaborò A. Koestier, esposta
estesamente nella sua opera En busca de lo absoluto (1983).
5 - Il rituale probabilmente più drammatico che è stato documentato è il chod,
o rito della "amputazione" nella tradizione lama tibetana, che
rappresenta una fusione dello sciamanesimo Bòn originale con le idee buddiste
Vajrayanas dell'India (METZNER, p. 163 e ss.). In questo rito, l'iniziato si
ritira solo in un cimitero o ossario abbandonato, invoca i demoni e le
"divinità colleriche" e li invita a fare a pezzi e a divorare il suo
corpo (ibid., p. 164). In questo testo appare chiaro che il corpo
smembrato è trasmutato in una forma "superiore e illuminata". La
distruzione dei corpo si immagina con frequenza come qualcosa di realizzato da
demoni o mostri; la cura e ricostituzione possono essere eseguite dal maestro o
guru dei praticante o da un alleato spirituale o animale di potere, in ultimo
termine espressioni delle proprie pulsioni dell'inconscio e continua ad essere
metodologicamente complesso l'intento di verificare se si tratta anche di
stimoli esterni di qualche tipo.
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